Il tabellone del gioco Utopia

È accaduta una cosa strana: ho vinto a Utopia

Allora: io non vinco mai. Cioè, non proprio “mai-mai”, ma diciamo che spesso perdo. Il che è la stessa cosa. Io dico che non sono competitivo, ed è (forse) vero, e che mi diverto a giocare ai giochi da tavolo perché mi piacciono, non perché vinco. E questo è sicuramente vero.

Però, quando vinco mi esalto. Anche perché accade raramente. Soprattutto quando si gioca in un numero superiore a 2 e le probabilità di primeggiare scendono dal 50% al 33% o, peggio ancora, al 25% o 20%.

Ecco perché la mia vittoria a Utopia, gioco non tanto apprezzato del 2007, edito dalla Matagot e attestato a un mediocre 5,9 di media dagli utenti di Boardgamegeek, merita un post in questo prestigiosissimo blog semi sconosciuto … no, no: proprio sconosciuto.

La serata è di quelle rilassate, l’ultima prima della pausa estiva con la cricca del mercoledì sera, che si ritrova a giocare come se non ci fosse un domani (e invece c’è, è un giovedì, e si lavora nonostante le occhiaie da zombi romeriano).

Apparecchio il tavolo in attesa dei soci, Michele e Marcello. Fabio, invece, è impegnato a preparare le valigie per il viaggio in terra belga e da forfait. Le probabilità di vittoria del sottoscritto si alzano vertiginosamente dal 25% al 33%, ma questo non sfiora il mio cervello. Sono già in modalità “non competitiva”. I più maliziosi potrebbero dire che so già di perdere in partenza, ma non è vero (sì, è vero invece).

Scelgo il rosso. Perché il giallo, che uso di solito, porta sfiga.

Il tabellone del gioco Utopia
La splendida vista di Utopia a inizio partita. Ottimi materiali, davvero sontuosi, e un tabellone colorato, coloratissimo. Forse un pochino troppo

La partita inizia in un clima rilassato, come di consueto. Quasi me lo sentissi nelle ossa, dichiaro dopo la spiegazione delle regole, che “Io a questo gioco non vinco mai”. Ed è vero, anche quando ci gioco con Antonella, di solito mi prendo mazzate, mentre cerco inutilmente di rendere il mio ambasciatore (giallo) benvoluto dal Re di Utopia che, invece, mi ritiene un imbecille e preferisce sempre le costruzioni delle civiltà che io ho bellamente ignorato per tutta la partita.

Le regole di Utopia in tre parole. Ogni giocatore impersona un ambasciatore della bella città di Utopia; una specie di Venezia fantasy, dove il re pacioccone ha invitato una folla di principi provenienti da differenti civiltà antiche: maya, greci (anche se a me sembrano dei romani), egiziani (che hanno una discreta somiglianza con Cleopatra, senza l’aspide dappresso), cinesi e barbuti assiro-babilonesi.

La dotazione iniziale di ogni giocatore di Utopia
Una folla di principi provenienti da tutto il mondo, le tessere controllo edifici, un paio di gettoni jolly e una carta riepilogativa delle azioni: la dotazione iniziale di ogni giocatore di Utopia

Gli ambasciatori devono invitare nelle isole che compongono la città di Utopia questi personaggi, cercando di fare loro edificare nei quartieri le loro bellezze architettoniche (manovalanza edile a basso prezzo?). Ovviamente più edifici costruisci, più il tuo cicisbeo colorato galoppa sul bordo del tabellone, verso la fatidica cifra di 50 punti, che determina la fine della partita. Una mano di carte e la possibilità con esse di deportare principi da un quartiere all’altro della città di Utopia, permettono di creare una buona strategia di gioco … non fosse per il fatto che all’illustratore dovevano stare un cicinino sugli zebedei i daltonici e chi non possiede dodici/decimi di vista (tipo Hawkeye), perché spesso e volentieri i tuoi principi si imboscano tra le viuzze di Utopia e li perdi di vista per mezza partita … chiedendoti perché avevi in mente di spostare il greco verso l’isola del fuoco, se non hai principi greci sul tabellone … magari perché si è imboscato con quella fraschetta della principessa egizia del tuo avversario. Ma divago.

Foto di gruppo degli ambasciatori di Utopia
Foto di gruppo degli ambasciatori di Utopia: da sinistra Marcello il verde, Mauro il rosso e Michele il blu

Parto piano. Marcello inizia alla grande. Michele rimane buon ultimo per un paio di turni. Ma poi è lui che vince (quasi) sempre. Se avessi 5 centesimi di euro da scommettere, li punterei su Michele, che quando deve eseguire un turno gli si vedono i fumetti uscirgli dalle orecchie, mentre conta e soppesa le sue mosse per massimizzare ogni strategia. È per questo che vince spesso.

Ma questa volta accade una cosa strana. Entrambi puntiamo gli avidi occhietti sull’isola più grande, quella del ramarro, che nel regolamento viene chiamata con il più elegante ed epico nome di Isola del Fuoco. Ma è l’isola del ramarro.

L'isola del Fuoco si popola di bellezze architettoniche
La speculazione edilizia si scatena sull’Isola del Ramarro (oops, del Fuoco). Pagode cinesi, piramidi maya, improbabili ziqqurat babilonesi e templi egizi sorgono come funghi. Più che l’isola di Utopia sembra Las Vegas
L'isola del Pesce sul tabellone di Utopia
Mentre l’ambasciatore rosso e quello blu si azzannano per cementificare ogni angolo dell’Isola del ramarro, l’ambasciatore verde di Marcello inizia la sua personale carriera da palazzinaro monopolista sulla periferica isola del Pesce

Marcello e Michele costruiscono la loro Meraviglia e io penso di essere spacciato. Comincio invece a macinare punti, grazie al giochino di portare principi nei quartieri da me controllati e poi richiamarli in patria per prendere punti. Riesco pure a costruirmi la mia Meraviglia, dopo che ho ritrovato quell’imbelle di principe greco che avevo inviato a inizio partita e che poi mi ero perso tra i millemila colori del tabellone (spero per lui che almeno se la sia spassata con la principessa egizia).

Immagine da cartolina: saluti da Utopia. Ma dove si è nascosto quell'imbelle di principe greco che avevo invitato in città?
Immagine da cartolina: saluti da Utopia. Ma dove si è nascosto quell’imbelle di principe greco che avevo invitato in città?

Ultimo turno. Ostento la sicurezza di chi gioca per divertirsi (e mi sono divertito davvero), ma che sotto sotto cova quell’ansia di poter vincere a sorpresa. L’ultimo conteggio dei punti mi vede a quota 55. Anche Marcello arriva allo stesso punteggio, ma è dietro di me. Conta Michele. Arriva a 50. Ho vinto. Non ci credo ancora.

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